In questa intervista abbiamo dialogato con Tahira (Nargis) Hasani, conosciuta con il nome artistico “Kuli Dance” 11 aprile 2026

Nel contesto attuale dell’Afghanistan sotto il regime dei Talebani, segnato da forti restrizioni soprattutto per le donne, il racconto delle esperienze vissute assume un’importanza ancora maggiore.

In questa intervista abbiamo dialogato con Tahira (Nargis) Hasani, conosciuta con il nome artistico “Kuli Dance”, ricercatrice e artista che cerca di ridefinire la giustizia transizionale oltre i confini giuridici, attraverso l’arte e il corpo.
Domanda: Può presentarsi brevemente?
Risposta: Mi chiamo Tahira (Nargis) Hasani, sono una ricercatrice nel campo della giustizia transizionale e un’attivista sociale originaria dell’Afghanistan. Attualmente sono dottoranda in diritto internazionale presso l’Università di Teheran e, parallelamente alla ricerca, lavoro come attivista e artista indipendente nel campo delle arti performative e della danza, con un focus sulla giustizia transizionale.

Domanda: Da dove è iniziato il suo percorso di ricerca?
Risposta: Il mio percorso è iniziato con la tesi di laurea magistrale intitolata “Il ruolo delle donne afghane nella costruzione della giustizia transizionale”. Questo tema è stato così rilevante per me che ho deciso di proseguirlo anche nel dottorato. Attualmente, la mia ricerca si concentra su “Il mio ruolo come donna afghana nella giustizia transizionale”, con un approccio decoloniale al diritto internazionale e agli studi sul genocidio.

Domanda: Quale approccio utilizza nelle sue ricerche?
Risposta: Il mio approccio principale è “dal basso verso l’alto”. Da anni mi occupo di documentare e archiviare le narrazioni delle persone comuni. Il mio obiettivo è mostrare il ruolo reale delle persone, in particolare delle donne, nella costruzione della giustizia transizionale, un aspetto spesso ignorato nei racconti ufficiali.

Domanda: Cosa rende la sua ricerca distintiva?
Risposta: Uno degli elementi distintivi del mio lavoro è il legame che ho costruito tra arte, in particolare la danza, e giustizia transizionale. Non considero la giustizia transizionale solo come un concetto giuridico, ma la interpreto da una prospettiva artistica, femminile e radicata nell’esperienza vissuta.

Domanda: Come è nato questo legame tra arte e giustizia transizionale?
Risposta: Questa visione nasce dalle mie esperienze personali e dalle condizioni che vivo attualmente. Ho compreso che il corpo, il movimento e le arti performative possono trasmettere narrazioni che non trovano spazio nei testi ufficiali. Per questo motivo ho iniziato a organizzare workshop gratuiti di danza contemporanea, creando uno spazio per esprimere queste storie.

Domanda: Qual è l’obiettivo di questi workshop?
Risposta: Il mio obiettivo è creare uno spazio di solidarietà ed elaborazione. Credo nel ruolo dell’arte e della corporeità nel promuovere la giustizia transizionale per donne migranti, rifugiate e attivisti oltre il genere. Questi workshop rappresentano un tentativo di restituire voce a chi viene escluso dal discorso dominante.

Domanda: Come si definisce?
Risposta: Mi definisco una ricercatrice femminista indipendente nel campo delle arti performative, con un approccio decoloniale e “dal basso”. Il mio lavoro si muove sui confini, tra ricerca, attivismo e arte. Considero la danza come una metafora multidimensionale nelle sue dimensioni culturali, politiche e sociali. Rifletto inoltre sul concetto di guarigione postcoloniale, che va oltre la semplice narrazione del passato e si concentra sulla ricostruzione e sulla ridefinizione delle esperienze.

Domanda: Qual è la sua missione o obiettivo finale?
Risposta: Credo che la mia missione non sia il ritiro, ma la creazione di una connessione dinamica e viva all’interno della società. Attraverso il mio lavoro voglio essere una fonte di energia e speranza.

Domanda: Cosa mette in discussione la sua ricerca?
Risposta: La mia ricerca sfida le strutture egemoniche patriarcali e i poteri politici internazionali che silenziano la voce delle donne afghane. Allo stesso tempo, cerca di offrire alle donne la possibilità di essere narratrici delle proprie esperienze e di documentarle. Si concentra inoltre sull’inclusione nei discorsi di gruppi marginalizzati e soggetti a discriminazione, coloro i cui corpi sono stati dominati da altri, e richiama il concetto di riappropriazione degli spazi attraverso il corpo.

Intervistatrice: Razia Ehsani

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