Il 15 agosto segna cinque anni dal ritorno dei Talebani al potere in Afghanistan. Cinque anni non sono pochi: sono abbastanza perché ciò che un tempo sconvolgeva il mondo inizi lentamente a sembrare normale, perché le reazioni diminuiscano e perché molte persone, fuori dall’Afghanistan, tornino alla propria vita di tutti i giorni.
Ma per milioni di donne e ragazze afghane la vita continua a diventare ogni giorno più dura, sempre più simile a un inferno.
Le ragazze continuano a essere escluse dall’istruzione e le donne affrontano ancora pesanti restrizioni alla libertà, al lavoro, agli spostamenti e alla partecipazione alla vita pubblica. Un’intera generazione sta crescendo mentre il diritto di scegliere, costruire il proprio futuro ed essere indipendente diventa ogni giorno più lontano.
Per quanto questa realtà sia già dolorosa, negli ultimi anni è diventato sempre più evidente anche un altro fenomeno, altrettanto preoccupante.
I social media avrebbero potuto essere uno spazio importante per sostenere le donne afghane, amplificare le loro voci e contrastare le restrizioni imposte contro di loro. Ma accanto a questo utilizzo ne è nato un altro: pagine e canali che prendono continuamente di mira donne afghane, attiviste e donne che oggi vivono fuori dall’Afghanistan.
Si discute di come una donna si veste. Si analizzano le sue fotografie, il suo modo di parlare, il suo aspetto, le sue relazioni e perfino le più piccole scelte della sua vita privata. A volte basta una semplice foto, condivisa più e più volte, per costruire un messaggio: «Vedete? Questo è quello che succede quando si dà libertà alle donne afghane».
Non si tratta più soltanto del giudizio di una singola persona. Quando gli stessi contenuti e gli stessi messaggi vengono ripetuti ogni giorno, un certo modo di pensare rischia lentamente di diventare normale.
Non sappiamo con quale obiettivo operino tutte queste pagine. Non possiamo dire con certezza se certi contenuti siano soltanto il risultato di pregiudizi personali o se, in alcuni casi, vengano promossi da gruppi con interessi precisi. Ma il risultato può essere lo stesso: l’attenzione si sposta dal problema reale.
Invece di parlare dei milioni di ragazze private dell’istruzione, si finisce a discutere di come si veste una donna che vive in Europa.
Invece di chiedere conto a chi ha tolto i diritti alle donne, si mettono sotto accusa proprio le donne che quei diritti li chiedono.
Invece di parlare della progressiva esclusione delle donne dalla società, passiamo ore a discutere di una fotografia, di un vestito o di un video.
È anche qui che si vede il potere dei social media. La ripetizione continua di un’immagine, di una frase o di una certa narrazione può cambiare lentamente il modo in cui le persone guardano a un problema. Può spostare l’attenzione e trasformare una questione secondaria nel centro della discussione.
Il messaggio che si crea è pericoloso, perché alla base c’è l’idea che, se una donna è libera, finirà per perdere la propria religione, la propria cultura o la propria identità e che, di conseguenza, sia necessario controllarla.
Ma mentre milioni di ragazze vengono ancora private dei loro diritti più elementari, perché alcune persone sembrano preoccuparsi di più di come si veste una donna afghana che vive a migliaia di chilometri di distanza?
Ancora più difficile da accettare è vedere uomini che spiegano alle donne come dovrebbe comportarsi una «brava donna afghana»: come dovrebbe vestirsi, come dovrebbe parlare e perfino in che modo dovrebbe difendere i diritti delle donne.
Un uomo che ha potuto studiare liberamente, lavorare, viaggiare e decidere della propria vita sente improvvisamente di avere anche il diritto di stabilire fino a dove possa arrivare la libertà di una donna.
La libertà non significa che tutte le donne afghane debbano vivere nello stesso modo. Una donna può scegliere di portare l’hijab e un’altra può scegliere di non farlo. Una può preferire una vita più tradizionale, mentre un’altra può scegliere una strada diversa. Il punto non è stabilire quale scelta sia quella giusta. Il punto è che quella scelta deve appartenere alla donna stessa.
Non possiamo condannare i Talebani perché controllano la vita delle donne e poi riprodurre la stessa mentalità sui social media, controllando il loro abbigliamento, le loro fotografie e le loro decisioni personali.
Non possiamo dire di difendere i diritti delle donne e poi sostenere soltanto quelle che vivono secondo i nostri criteri.
Soprattutto, la vita di una singola donna afghana non può diventare una prova contro milioni di altre donne. Una fotografia non può giustificare la negazione dell’istruzione a un’altra ragazza. Un vestito non può giustificare la chiusura di una scuola. La vita privata di una donna non può essere usata per giustificare le restrizioni imposte a un’intera generazione.
Cinque anni dopo il 15 agosto, uno dei pericoli non è soltanto quello che è accaduto in Afghanistan. È anche il fatto che tutto questo possa diventare normale, che la discussione venga spostata altrove e che anche il controllo delle donne online finisca per essere accettato come qualcosa di normale.
Non dobbiamo permettere che il punto centrale venga perso.
Il punto rimane lo stesso: milioni di donne e ragazze afghane sono private di diritti che dovrebbero essere semplicemente fondamentali.
E per chi si siede dietro uno schermo, insulta una donna e poi pretende di spiegarle come dovrebbe essere una donna, forse basta una sola frase:
Prima di dire a una donna come dovrebbe essere donna, impara prima tu come essere una persona.
Negin Ahmadi.
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#EndGenderApartheid
#EndDigitalViolence
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